Cina potenza globale, espansione marittima e internazionalizzazione dello yuan

Una delle grandi differenza tra il pensiero occidentale e quello orientale è che il primo ha una concezione lineare della storia e il secondo circolare, mentre per i discendenti dei pensatori greci l’uomo si muove inesorabilmente verso una traiettoria che lo porta ad un costante miglioramento, per gli asiatici è predominante una visione ciclica con “corsi e ricorsi che possono essere governati e modificati da un forte impegno sia dell’individuo che, ancora di più, della società nel suo insieme.
La Cina di oggi, grazie alla visione della sua classe politica, è tornata ad essere una potenza marittima, sia commerciale che militare, e coniuga questa espansione con una nuova politica monetaria, che ha già portato lo yuan ad essere valuta di riserva e di scambio per alcuni paesi e a disgiungere il proprio corso da quello di altre valute cosiddette “emergenti”. E i due elementi sono collegati in quanto espressione geo economica del riacquistato status di potenza globale.
Nel passato, dal 1405 al 1434, durante la Dinastia Ming, un grande flotta cinese, al comando dell’ammiraglio Zheng He navigò in tutto l’Oceano Indiano, compiendo ben sette imponenti viaggi che trasformarono l’ampio tratto di oceano dalle isole del Mar Cinese Meridionale fino alla costa orientale dell’Africa in un lago cinese, diffondendo il messaggio del grande imperatore tra i tanti popoli incontrati, pretendendo rispetto e tributi, e organizzando commerci locali. Erano spedizioni con centinaia di giunche e migliaia di uomini.
Zheng He era un musulmano, probabilmente di etnia Hui (e quindi non Han) che era stato nominato Grande Eunuco dal Principe Zhu Di (suo amico di infanzia) che successivamente divenne Imperatore Yongle, uno dei più illuminati della dinastia Ming, che dette vita ad una sorta di Rinascimento Cinese, dopo le invasioni dei popoli mongoli dell’Asia Centrale, che da conquistatori furono conquistati dalla raffinatezza della Corte Celeste.
Nel trecento, dopo aver consolidato le frontiere interne e ricostruito ampli tratti della Grande Muraglia per difendersi dai nomadi delle steppe, l’Impero di Mezzo si aprì verso il mare, iniziando 30 anni di esplorazione, ben prima delle potenze europee e qualcuno sostiene, argomentandolo, che le giunche di Zheng He fossero arrivate fin sulle coste americane (Gavin Menzies, a former British Royal Navy officer, sull’argomento ha scritto un bestseller “1421: The Year China Discovered America” che ha suscitato un ampio dibattito tra gli storici, non fosse altro perché metteva in dubbio il principio dell’eurocentrismo, con l’Europa motore di civilizzazione mondiale).
La vocazione marittima della Cina Ming era sottolineata anche dalla capitale imperiale che, all’epoca, era la città di Nanchino, porto alla foce del Fiume Azzurro, e rimase tale fino al 1421, quando fu spostata a Pechino. Nanchino fu probabilmente la più grande città del mondo tra il 1358 e il 1425 con 487.000 abitanti.
Quando morì l’imperatore Yongle, il suo successore decise di distruggere la flotta e mettere fine all’esplorazioni marittime, sia per motivi economici che culturali.
Infatti le spedizioni erano molto costose e drenavano ricchezza che altrimenti poteva essere usata per il benessere dell’impero e inoltre, secondo la mentalità plasmata ai valori confuciani, nulla vi era fuori dal mondo cinese che potesse non essere prodotto o trovato meglio che all’interno del Regno di Mezzo.
Probabilmente era più pressante la prima motivazione in quanto l’Imperatore doveva il suo potere al ruolo di messaggero del Cielo per occuparsi del benessere del popolo ed eventuali rivolte dello stesso, soprattutto se causate da cattive condizioni economiche, provocavano la caduta e il cambiamento della dinastia.
Nei secoli i cinesi ebbero dal mare anche l’umiliazione di dover aprire i propri porti alle navi e alle richieste delle potenze occidentali quando, a seguito delle sconfitte nelle due guerre dell’oppio, cedettero nel 1842, proprio con il trattato di Nanchino, l’Isola di Hong Kong e una parte di territori nella baia di Canton, all’impero inglese. Smacco che è stato risanato solo poco più di 20 anni fa con il passaggio della ex colonia alla repubblica popolare cinese.
In questi venti anni la Cina ha compiuto il miracolo economico che tutte le statistiche le riconoscono, portandola a diventare la seconda economia mondiale e la prima dell’Asia, e la sua classe politica, ben consapevole del ruolo che il paese ha – per motivi demografici, economici e geografici – ha ricominciato una intensa e lungimirante politica marittima. La Cina ha sottoscritto e finanziato (anche nell’ambito dell’iniziativa One Belt One Road) una serie di accordi per creare una rete di porti commerciali a supporto del proprio commercio internazionale, dalla Grecia, con il Pireo, al Pakistan, con Gwadar, al Myanmar, con Kyauk Pyu, ponendo le basi per quella che vezzosamente è definita “collana di perle” e che è, in realtà, una estesa rete di approdi tra il Mediterraneo, l’Africa e l’Oceano Indiano e quello Pacifico per consentire alla sua marina mercantile di navigare e commerciare tra i tanti paesi nei quali sono in gioco gli interessi economici della nazione. Questa rete di porti si accompagna a quella dei cavi sottomarini, che ricorda molto quella inglese al culmine dell’espansione dell’impero britannico. Il governo di Beijiing ha ben imparato la lezione della storia che il soft power della rete di comunicazioni completa lo status di una potenza mondiale.
Oltre alla rete commerciale marittima, la Cina ha iniziato ad avere anche delle basi navali militari all’estero, prima a Gibuti, all’imboccatura dello stretto che dall’Oceano Indiano, via il Mar Rosso, si immette nel mar Mediterraneo, attraversando il sempre strategico Canale di Suez. La motivazione della base militare è anche quella di contribuire alla lotta ai pirati, che infestano le acque del Corno d’Africa mettendo a repentaglio la navigazione internazionale. Sono seguite poi la base di Vanuato, nel pieno dell’Oceano Pacifico, testa di ponte per le coste del Sud America oltre che quella sulle isole artificiali del Mar Cinese Meridionale, quest’ultima considerata “interna” del governo di Pechino.
La Cina ha inoltre iniziato a dotare la propria Marina Militare di portaerei, prima riammodernando una vecchia nave sovietica – acquistata venti anni fa dall’Ucraina – e poi, dopo questa sorta di esperimento, ne ha costruite in proprio delle nuove, inclusa l’ultima (la quarta) dotata di motori a propulsione nucleare.
Tutti questi sforzi non sono mai stati accompagnati da dichiarazioni aggressive nei confronti di altri paesi ma, anzi, il governo ha sottolineato la volontà di collaborare al mantenimento dell’ordine mondiale (inclusa la lotta alla pirateria che danneggia la navigazione internazionale), a patto però di non subire ingerenze nella propria politica interna che aprirebbero vecchie e mai sopite ferite sia da parte del Giappone che degli Stati Uniti.
Rispetto al vicino nipponico forti e annuali sono le polemiche per episodi della Seconda Guerra Mondiale e vivo è il ricordo dell’episodio gravissimo dello stupro di massa di Nanchino da parte dell’esercito invasore dell’Impero del Sol Levante ai danni di donne civili, alle quali vittime il Giappone non ha mai accettato di pagare un risarcimento.
Gli Stati Uniti, invece, spesso strumentalizzano le tensioni con Taiwan, il Vietnam e le Filippine in chiave anti cinese, tendando di costruire una catena di alleati americani per contenere quello che definiscono il gigante giallo, dimenticando che loro sono troppo lontani e cinesi sono troppo vicini perché possono continuare ad essere percepiti dai popoli dell’Asia come gli unici guardiani dell’ordine e della pace nel continente.
Proprio in virtù del riacquistato ruolo del paese nel nuovo ordine mondiale, la Cina sta operando un’internazionalizzazione della sua valuta.
Timidi tentativi, secondo il principio di Deng “il fiume si guada tastando le pietre” e cioè passo dopo passo con prudenza, sono stati compiuti usando la piazza finanziaria internazionale di Hong Kong (ritornata in seno alla madre patria nel 1997 e per la quale è stato coniato lo status “un unico paese due sistemi”), per lanciare i primi Dim Sum bond, obbligazioni destinate ad investitori esteri, che hanno cominciato a far “assaggiare” alla finanza mondiale l’esotico yuan. Sono state aperte le prime linee di currency swap, che sono state un banco di prova, tra la scintillante Hk e la City di Londra per la convertibilità dello yuan, almeno per quelli legati alle transazioni internazionali.
Poi, anche a causa della politica americana di sanzioni ad alcuni paesi produttori di petrolio, la Cina ha cominciato a acquistare questa commodity – di cui la sua economia ha molto bisogno – in yuan, creando nel giro di qualche anno il mercato dei petro yuan. Oggi Russia, Iran, Kazakistan, Indonesia, ed altri, scambiano petrolio e gas naturale in valuta cinese che ha cominciato così anche ad essere valuta di riserva mondiale, pur senza ancora erodere il predominio del dollaro americano.
Inoltre persistono le tensioni valutarie mondiali, legate anche allo squilibrio tra gli Stati Uniti, troppo indebitati nei confronti dei Cinesi, sottoscrittori di Treasury Bonds, originatesi quando, durante la presidenza di Bill Clinton, la Cina fu ammessa nel WTO, senza però che fosse negoziata la convertibilità della valuta. Si compì una operazione monca, in quanto si decise di aprire il flusso di beni senza il sottostante flusso valutario, creando una tensione tra il paese esportatore (che aveva tutto l’interesse ad avere una valuta sottovalutata) e il paese debitore che manteneva il privilegio (the exorbitant privilege, citando De Gaulle) di indebitarsi nella propria valuta con la teorica possibilità di svalutazione e quindi di restituzione di minori somme. All’epoca, per gli Stati Uniti e per l’Occidente era più importante offrire ai propri cittadini-consumatori le merci cinesi a buon mercato che riscrivere le regole dell’ordine valutario post Breton Woods.
Se da un lato gli Stati Uniti non hanno azionato la leva della svalutazione che è nelle loro mani, anche per motivi di prestigio internazionale, i Cinesi ne hanno ben chiara la portata e, anche a seguito della politica commerciale del Presidente Trump con l’introduzione di dazi su alcune loro esportazioni in America, hanno cominciato a sganciare la propria valuta da quella degli altri paesi emergenti lasciando agire le sole forze di mercato e invece degli interventi della Banca Centrale della Repubblica Popolare.
Infatti se nel periodo 2014/16 la PBoC aveva speso oltre un trilione di dollari per contrastare la svalutazione dello yuan nei confronti del dollaro, negli ultimi tempi ha smesso di operare e da marzo a giugno vi è stato un deprezzamento del primo nei confronti del secondo del 2.7%.
Oggi gli interventi della Banca Centrale sono effettuati solo per prevenire eccessive fluttuazioni e la stessa ha iniziato ad avere una politica più rilassata consentendo ingenti flussi valutari in uscita dal paese. Questa nuova attitudine amplia le possibilità di investimenti in yuan nel mercato offshore per gli investitori internazionali anche se non è ancora l’inizio di una svalutazione valutaria su larga scala o l’abbandono del regime di controllo valutario.
Questi fenomeni vanno letti come una collana di perle, infilate una accanto all’altra a dare splendore a chi la indossa.
La nuova politica di apertura marittima si coniuga a quella di apertura valutaria, anche se la seconda è molto più timida della prima, volge però nella stessa direzione di riportare la Cina ad essere Impero di Mezzo, in Asia e nel Mondo, con rapporti di scambio e di interazione con gli altri paesi.
Come alle esplorazioni dell’ammiraglio Hue non seguì una politica di conquista, anche per motivi economici, oggi per gli stessi motivi non ci sarà una guerra promossa dalla Cina nei confronti di nessun altro paese, in quanto alla sua dirigenza politica è ben chiaro che le risorse che la sua economia produce vanno spese per migliorare le condizioni del proprio popolo, con l’importante obiettivo, più volte enunciato, di eradicare la povertà dalla nazione entro il 2049, a cento anni dalla rivoluzione di Mao.
Non voler combattere una guerra non significa aver paura di farlo e pertanto non saranno tollerate politiche aggressive che possano compromettere l’integrità territoriale del paese o ingerenze nelle questioni interne, principio che del resto vale per tutti i popoli con una lunga e ininterrotta storia. Quella cinese risale a più di 5.000 anni fa.


 

 

 

Pubblicato su Longitude n°84, Luglio 2018

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Sailing on liquidity