Dazi commerciali, arma sbagliata

All’inizio del nuovo millennio lo storico americano Kenneth Pomeranz scrisse un libro The great divergence che fece da capostipite ad una serie di studi che analizzavano le ragioni e i tempi del predominio dell’occidente (inteso come Europa Nord occidentale e Americhe) nell’economia mondo.
Il libro, analizzando tutta una serie di dati, dimostra che fino al settecento lo sviluppo dell’Europa e dell’Asia andava di pari passo e la grande divergenza si è creata all’inizio del 1800 con lo sfruttamento del carbone e i commerci con l’America.
Oggi stiamo vivendo in termini di economia mondo una nuova convergenza in quanto, grazie soprattutto alla prolungata crescita  dell’economia cinese (oltre 30 anni di aumento costante della produttività, senza battute d’arresto, come mai si era verificato in nessun paese), l’Asia si sta riposizionando verso livelli di sviluppo pari a quelli occidentali. La Cina è già la seconda economia al mondo e presto l’India supererà quella di Gran Bretagna e Francia.
Tutto questo fa che l’asse dello sviluppo si sta sposando dal mondo Atlantico a quello Pacifico e l’Eurasia torna ad essere la protagonista della storia del mondo.
I motivi di questi profondi cambiamenti sono molteplici, ma sicuramente tra questi vi è l’abbondanza di mano d’opera (nella prima fase) e lo sviluppo e l’applicazione delle nuove tecnologie (nella fase matura della crescita economica). Inoltre vi sono i fenomeni
dell’urbanizzazione, della capacità delle élite politiche di pianificare e programmare gli investimenti, sia in infrastrutture materiali che immateriali (inclusa la formazione e la ricerca e sviluppo), alta propensione al risparmio.
In questo quadro storico – economico si devono leggere i dazi americani su acciaio e alluminio che il Presidente Trump ha firmato per colpire le importazioni dalla Cina.
La motivazione formale è che si tratta di una misura di ritorsione contro le presunte violazioni dei diritti di proprietà intellettuale connesse agli scambi commerciali.
In realtà si tratta di una misura sbagliata per far fronte ad uno squilibrio strutturale tra le bilance dei pagamenti dei due paesi.
Infatti mentre la Cina ha una bilancia commerciale che le ha permesso di accumulare la più grande massa di riserve valutarie gli Stati Uniti, al contrario, hanno un enorme debito pubblico, frutto sia del deficit commerciale che dell’alta propensione all’indebitamento della sua popolazione (per i consumi) che delle imprese (per gli investimenti).
Questa situazione monetaria fa sì che una rilevante quota del debito pubblico americano sia acquistata dal governo cinese, sotto forma di treasury bonds, legando a doppio filo il debitore con il suo principale creditore, lasciando però al primo quello che è stato definito “exorbitant privilege”, e l’indebitarsi nella propria valuta nazionale, potendo così, sia pure teoricamente, svalutarla e rimborsare meno di quanto si è presi.
Inoltre il dollaro è stato, dalla fine della supremazia della sterlina, la valuta di riserva internazionale e alcuni beni, tra i quali il petrolio, venivano scambiati in dollari anche tra paesi con differenti valute nazionali.
Anche questo sta cambiando. L’avvento dell’euro ha rappresentato una valuta, espressione di un gruppo di economie importanti, che ha guadagnato una quota delle riserve mondiali, oltre a quello negli scambi commerciali.
Si sta aggiungendo lo yuan. Come tutte le vicende che riguardano la Cina l’inizio è stato in sordina, come qualche emissione di Dim Sum bond sulla piazza finanziaria di Hong Kong destinati a investitori internazionali, poi sono arrivati gli scambi di petrolio in yuan, inizialmente con il Kazakistan, poi con il Sud Africa, a seguire con la Russia, l’India, la Turchia, l’Iran.
Questo inizio della fine della dollarizzazione del mercato dell’energia è figlia anche delle sanzioni economiche Americane ed europee applicate ad alcuni paesi produttori quali la Russia e l’Iran. Si comincia a parlare anche tra esperti cinesi di arrivare a breve alla piena convertibilità dello yuan che sancirebbe l’ingresso a pieno titolo della valuta tra quelle mondiali di riserva.   Ulteriore terreno di competizione tra la Cina e gli Usa è quello del predominio nel settore del l’intelligenza artificiale e della tecnologia in generale, poiché, grazie alla sua dimensione demografica (avendo la popolazione concentrata in un singolo mercato più largo di quello di Stati Uniti ed Europa insieme) le compagnie cinesi hanno un naturale vantaggio in termini di accesso ai dati. I giganti con gli occhi a mandarla di Tencent, Alibaba, Baidu e JD, sfidano gli omologhi Google, Amazon e Facebook, sia in termini di utenti che di capitalizzazione.
Tutte queste competizioni, non possono essere risolte dai dazi, perché sono un arma sbagliata.
Innanzitutto eventuali violazioni delle regole sul commercio internazionale vanno affrontate in sede di WTO, dove, correttamente, si è rivolta la Cina per contrastare le misure americane. È un problema multilaterale e come tale va gestito.
Ma la guerra commerciale che Trump minaccia non può farla contro il suo principale creditore che sta, con lungimiranza, investendo per ampliare la propria sfera di influenza economica con le iniziative dell’Asian Infrastructure Investiment Bank e della One Belt One Road.
La Cina non ha mire imperiali, tipiche delle potenze europee della fine dell’800, o ambizioni di egemonia, come quelle americane, di esportare il modello economico e sociale in tutto il mondo anche a costo di usare le armi, ma investe in influenza, infrastrutture e relazioni commerciali per accrescere il benessere della propria popolazione ed esportare crescita economica ai paesi suoi partner. Basta vedere quanto hanno influito gli investimenti cinesi per migliorare l’economia dell’Asia, dell’Africa e del Sud America, ma anche della europea Grecia. L’investimento nel porto del Pireo è stato importante per i greci nel pieno della crisi ed è stata una mossa a favore di Pechino
nella scacchiera del mediterraneo.
I cinesi hanno capito, da almeno dieci anni, che nel nuovo mondo globalizzato, la logistica ha annullato il concetto di dominio di “confine” come quello di “spazio di mercato chiuso” mentre il mondo occidentale ritiene di essere ancora l’attore primario di quello che, errando, definiscono mercato. Ne conseguono gli investimenti diretti da Pechino nelle infrastrutture terresti, marine e tecnologiche per avere reti di trasporto di beni, servizi, capitali, uomini ed idee. La Cina ne ha un indubbio vantaggio ma non è un gioco a somma zero, perché tutti gli attori ne traggono vantaggio, così come nel passato tutti coloro che percorrevano le antiche “vie della Seta” si arricchivano.
Merci, preghiere e segreti passavano da un’oasi ad un caravanserraglio lasciando a ciascuno un po’ di guadagno.
Un mondo così complesso e globalizzato è gioco forza multipolare e la Cina sta dimostrando di voler assumersi la sua parte di carico, sia in termini di contribuzione alla crescita economica della sua area di influenza che di contrasto al terrorismo e ai cambiamenti climatici. Senza imporre il proprio modello socio politico all’esterno, ma neanche consentendo ingerenze nei suoi affari interni.
La trappola di Tucidide non scatterà se tutti gli attori continueranno la cooperazione mediante accordi multilaterali di integrazione commerciale, politica ed economica, confrontandosi nelle sedi internazionali per risolvere le dispute e trovare soluzioni condivise a problemi mondiali, la posta in gioco è altissima: la crescita e il benessere dell’umanità.

 


Leggi l’articolo originale di Stefania Tucci
su Longitude n°82 – Maggio 2018