Eurasia e Africa, un solo global-continente?

La globalizzazione è una tendenza storica che ha da sempre caratterizzato le civiltà, anche del passato remoto, che hanno aspirato a estendersi su tutto il mondo da loro conosciuto (Ecumene), con la forza degli eserciti, i legami degli scambi commerciali, il proselitismo della fede religiosa, l’avventura dell’esplorazione geografia.

Quello che rende eccezionale la globalizzazione dei nostri tempi è la quantità di persone coinvolte in questo processo, la velocità di connessione che fa si che le informazioni, gli uomini e le merci viaggiano ad un ritmo tutto nuovo rispetto a quello che aveva caratterizzato il mondo fino a ieri.

Oggi, grazie all’abbattimento dei costi di trasporto e delle comunicazioni, siamo tutti in grado di spostarci in meno di un giorno da un estremo all’altro del pianeta e a connetterci in tempo reale con chiunque sia dotato di un dispositivo elettronico compatibile con il nostro, il cui costo è inversamente proporzionale alla sua diffusione.

Queste due caratteristiche (riduzione dei costi dei trasporti e delle comunicazione e la loro quasi immediatezza) hanno abbattuto le frontiere e l’Asia, l’Europa e l’Africa sono regioni di un sistema economico a vasi comunicanti che non può essere analizzato senza tener presente che i flussi di persone, merci e capitali circoleranno con sempre maggiore velocità superando gli ostacoli geografici e forzando, sempre più spesso, quelli politici.

La migrazione delle persone verso aree che offrono opportunità di vita migliori, la produzione dei beni dove vi sono le condizioni economiche più convenienti e gli investimenti nelle zone a maggiore crescita sono macro fenomeni che indirizzano la politica internazionale dei leaders mondiali più lungimiranti.

Il termine Eurasia è una realtà geopolitica e geo economica caratterizzata anche dalla circostanza che l’Oriente che vuole tendere a raggiungere i livelli sviluppo dell’Occidente e, almeno per la Cina, a ridurre il fenomeno della Grande Divergenza, che iniziò intorno al 1840, quando la crescita del Celeste Impero rallentò rispetto a quella delle potenze industriali dell’Europa.

L’Africa, e non solo quella mediterranea, è sempre più interconnessa con l’Europa e con l’Asia, soprattutto con le sue due maggiori economie (quelle cinese ed indiana) ma anche con i paesi della Penisola Arabica, e non solo per i fenomeni di migrazione delle persone ma soprattutto per gli scambi che si verificano con i paesi acquirenti delle sue materie prime che spesso partecipano a costruire le infrastrutture, materiali e immateriali, necessarie sia ed esportare le risorse che agli Stati stessi per sviluppare la crescita economica.

La Cina è già da anni il principale investitore in Africa, e all’ultimo Forum di Cooperazione Africa-Cina di inizio settembre 2018, il Presidente Xi Jiping ha annunciato di aver stanziato finanziamenti al continente per 60 miliardi di dollari, tra prestiti ed investimenti in infrastrutture. Questi miliardi si vanno ad aggiungere ai 100 già concessi, secondo i dati del 2017.

Sono stati costruiti (citando i dati pubblicati dall’Università di Harward in un libro intitolato “La fabbrica mondiale del futuro. Come gli investimenti cinesi stanno cambiando l’Africa”) 4.335 km di autostrade, 5.756 km di ferrovie, 9 porti, 14 aeroporti, 34 centrali elettriche, 10 grandi e circa 1.000 piccole centrali idroelettriche, prodotti in fabbriche impiantate dai cinesi in Africa 11.000 camion, 300.000 condizionatori, 540.000 frigoriferi, 390.000 tv., 1,6 milioni di tonnellate di cemento.

Inoltre, dall’inizio del millennio, i cinesi hanno concesso aiuti ai paesi africani per 75 miliardi di dollari, creando strutture mediche e farmaceutiche, formando 200.000 esperti sanitari locali che si aggiungono alle decine di migliaia di tecnici, ingegneri, contabili che lavorano per far funzionare le nuove fabbriche costruite e avviate alla produzione.

Le infrastrutture sono il focus su cui punta Beijing per integrare l’Africa, con i suoi porti e la sua rete ferroviaria, nel più ampio progetto di One Belt One Road sia per le rotte commerciali terrestri che per quelle marittime. Trattandosi di crediti di cooperazione, la Cina, in questo modo, farà sempre di più lavorare le sue imprese e avrà un acceso previlegiato alle materie prime di cui è ricco il continente, incluse le “terre rare” necessarie alla produzione delle batterie per alimentare i dispositivi informatici di ultima generazione. L’Occidente e l’America di Trump vedono queste iniziative del Dragone (i cinesi sono dal 2009 il principale partner commerciale dei paesi africani) come un neo colonialismo, non più attuato con gli eserciti ma con la trappola del debito, che creerebbe la dipendenza e la sottomissione del finanziato verso il finanziatore.

In realtà, le motivazioni cinesi sono solo economiche, con ampia attenzione anche alla necessità di trovare uno sbocco per le imprese e la produzione interna e, a differenza dei colonialisti, senza mai tentativi di ingerenze nei regimi di governo interni e la totale assenza dell’ambizione di voler esportare il sistema politico cinese, caratterizzato da un partito unico, nei paesi partner.  Sia agli occhi dei cinesi che degli africani questa collaborazione è un riuscito caso di “win-win”.

Con un player economico così importante, sia per l’entità degli investimenti che per il lungo periodo in cui questi saranno sviluppati e daranno i loro frutti, incluso la formazione di personale locale che lavorerà per la realizzazione delle opere, l’Europa dovrebbe collaborare ben conscia che il 97% dei migranti che giungono sulle sue coste mediterranee sono “economici” e di conseguenza la crescita e lo sviluppo del Continente ridurrà il fenomeno. Inoltre, l’Europa dovrebbe rivedere la sua politica agricola, molto protettiva per i suoi prodotti in quanto è meglio importare derrate agricole coltivate o allevate in Africa che “importare” gli Africani a coltivare i campi o allevare il bestiame in Europa. Spesso infatti nel settore agricolo, complice le piccole aziende che sfuggono ai controlli più facilmente, vi sono fenomeni di sfruttamento dei migranti, spesso clandestini, con sistemazioni  di fortuna le cui condizioni di vita farebbero inorridire i sostenitori dei movimenti antischiavisti dell’inizio dell’800. In estrema sintesi, meglio i pomodori e la frutta coltivata in Africa che i migranti clandestini sottopagati e che vivono in condizioni disumane nelle campagne dei paesi del Sud dell’Europa.

L’aspetto più interessante è che anche l’India, l’altro gigante asiatico, si sta impegnando per rafforzare la sua presenza in Africa, risaldando vecchi legami sia con la costa bagnata dal comune Oceano Indiano che spingendosi nell’interno del Continente (l’Uganda e il Rwanda)dove vi sono comunità della diaspora indiana, spesso dedite, con successo, alle attività produttive  e al commercio.  Nel suo ultimo viaggio nel continente di fine giugno 2018, il Premier Modi ha annunciato l’apertura di 18 nuove ambasciate negli Stati dell’Africa, citando le parole di Gandhi (che aveva iniziato le sue riflessioni politiche nel  Sud Africa dominato dalla segregazione dell’inizio del ‘900) “La libertà dell’India sarà incompleta fino a quando l’Africa rimarrà in catene”. Inoltre l’India ha già stanziato in questo anno 11 miliardi di dollari per implementare 118 linee di credito con 40 paesi africani, e forma, già da qualche tempo, ogni anno 8.000 giovani africani che poi tornano  nei loro paesi di provenienza a mettere a frutto quanto appreso durante il periodo di studi in India.

Anche l’India è un partner con cui l’Unione Europea deve dialogare, in quanto è in una posizione agevolata per la formazione di giovani africani che partono da livelli di vita economici più simili a quelli dei giovani indiani che a quelli dei giovani europei. E’ più facile esportare sistemi didattici in paesi con standard di vita analoghi, basti pensare come l’India ha compiuto passi da gigante in molti dei suoi Stati, e l’eccellenza del Kerala è stata oggetto di analisi da parte del Premio Nobel Indiano Amartya Sen,  nell’innalzamento dei livelli di istruzione. Molti paesi africani hanno redditi pro capite simili alla campagna indiana. Con l’alfabetizzazione, come ampiamente dimostrato, arrivano anche migliori condizioni igieniche, uso più appropriato dei farmaci anche di profilassi antimalarica, migliore alimentazione, riduzione dei tassi di natalità (le ragazze che frequentano la scuola hanno il loro primo figlio più tardi rispetto a quelle che non accedono all’istruzione), in sostanza migliora la qualità della vita.

Il Continente Africano, insieme all’India,  avranno nei prossimi 30 anni la maggiore crescita demografica, unitamente ai maggiori tassi di urbanizzazione della popolazione. Sarà necessario collaborare innanzitutto per la formazione e anche per la creazione di posti di lavoro a basso skills per occupare i milioni di ragazzi che si affacceranno nel mondo del lavoro per evitare che intraprenderanno la via della migrazione come unica alternativa alla mancanza di opportunità di crescita nel loro paese.

L’India è anche un esempio per i paesi africani di come l’Information Tecnology e la Fin-Tech, possono essere importanti fattori di sviluppo, in quanto l’esperienza maturata è molto positiva sia in termini economici che di accrescimento della libertà personale.

L’identità elettronica per tutti i soggetti consente a ciascuno di diventare un cittadino, a volte è ancora più importante dei diritti elettorali, in quanto consente a ciascuno di poter percepire i trasferimenti economici dallo Stato direttamente sul proprio conto (inclusi i sussidi, il salario se impiegato statale, la pensione, etc, riducendo la corruzione generata dalla gestione di queste somme da parte dei middle-man). Inoltre le transazioni economiche sono molto più sicure via fin-tech ed anche un piccolo agricoltore può informarsi in tempo reale del valore della sua produzione e venderla a chi la paga meglio, magari anche accumulando qualche risorsa senza dover ricorrere all’intermediazione bancaria. Kenya e Nigeria sono tra le società cash-less del Mondo e il Rwanda è un centro per l’Information Tecnology di avanguardia per tutta l’Africa sub-sahariana.

Anche l’Asia più vicina ha stretto gli antichi legami con l’Africa Orientale, basta pensare  a come l’Arabia Saudita sia attiva nel Continente per la costruzione delle moschee ma anche con l’acquisto di terreni, soprattutto pascoli in Etiopia e nel Corno d’Africa, per la l’allevamento di animali da importare vivi e macellare secondo le norma coraniche.

Oltre alle ragioni economiche vi sono importanti motivi di coordinamento di politiche di difesa e di contrasto al terrorismo che richiedono cooperazione tra l’Europa, l’Asia e l’Africa. La povertà e la miseria sono sempre condizioni aggravanti dei fenomeni di radicalizzazione religiosa, che possono e devono essere contrastati con politiche lungimiranti volte a dare una opportunità a tanti che hanno voglia di vivere una vita migliore, non solo nell’aldilà ma anche nell’aldiquà. L’esempio della crescita di tanti paesi asiatici può essere replicato in Africa, sia con gli investimenti in infrastrutture e formazione ma anche nel creare le condizioni affinché i governi siano virtuosi nella gestione delle risorse naturali, evitando fenomeni quali il “Dutch disease” alimentato anche  dalle società multinazionali attive nel settore energetico, durante gli anni passati, aiutando i paesi ricchi di risorse naturali a investire i proventi derivanti dalla vendita delle materie prime nel migliorare le condizioni di vita della popolazione,collaborando con il proprio know how alla creazione di fondi sovrani, sul modello di quello norvegese, alimentato dalla vendita del petrolio del mare del Nord.

Maggiori infrastrutture significano anche aumentare il controllo del suolo e dello spazio aereo e quindi i progetti cinesi di strade, ferrovie, porti e aeroporti concorrono a monitorare meglio, da parte degli Stati che li realizzeranno, anche le parti più remote del territorio (molto faranno anche i doni) per contrastare la formazione di “no state land” che diventano covi di estremisti e trafficanti. In Africa lo Stato fallito di una parte delle vecchia Somalia è la base per la pirateria marittima internazionale e offre anche campi di addestramento ai terroristi fondamentalisti.

Sarà necessario che l’Unione Europea coordini la sua politica estera con l’altra parte dell’Eurasia per cogliere le opportunità di trasformare l’Africa in un moderno opificio mondiale, dando un’opportunità ai tanti giovani che potrebbero realizzare le loro aspirazioni ad una “vita moderna” senza necessariamente  la scelta abbandonare le proprie radici familiari, culturali, ambientali.

La politica Europea dovrebbe ripercorrere la sua vecchia storia sulla scia dei primi navigatori globali, che furono Magellano e il suo equipaggio. Questi intrepidi uomini, partendo dal remoto Portogallo, circumnavigarono l’Africa e attraversarono l’Oceano Indiano, facendosi condurre dalle coste di Mombasa, grazie ai piloti arabi e alle loro carte nautiche, agli approdi indiani, verso le ricchezze del lontano Oriente.  Fu la prima vera integrazione di Europa, Asia e Africa, che portò tanta ricchezza soprattutto agli Europei, forti allora della loro supremazia tecnologica definita con una bella espressione di sintesi da Carlo Maria Cipolla “vele e cannoni”. Oggi si può e si deve fare meglio, grazie anche ad una maggiore diffusione delle capacità tecnologiche e alla riduzione dei costi di interconnessione,si devono impegnare le diverse, ma complementari,  competenze e ricchezze a supporto dello sviluppo della larga maggioranza della popolazione mondiale, che vive tra Europa, Asia e Africa.


 

 

Pubblicato su Longitude Settembre 2018