Indonesia: più di 17.000 isole tenute insieme da 222 progetti di infrastrutture

La domanda se un paese i cui abitanti sono di religione prevalente islamica può essere una democrazia trova una risposta positiva in Indonesia, il largo e popoloso arcipelago dell’Oceano indiano, con più di 17 mila isole (nessuno ne conosce il numero preciso, circa 1000 di esse sono abitate in maniera permanente) e più di 265 milioni di abitanti, che si estende su un arco di mare di circa 5.400 km, con il maggior numero di vulcani attivi nel mondo.
Il paese è una Repubblica dal 1945, e fu Sukarno, primo presidente, che fece della lotta per l’indipendenza il fulcro di un’aggregazione di uno “spirito nazionale” che altrimenti non sarebbe esistito. Infatti la diversità tra le isole è molto forte, non vi è una lingua comune (ma sono circa 700 quelle correntemente parlate), etnie e religioni diverse convivono, così come è accentuata la disparità nella distribuzione delle risorse naturali, in special modo quelle minerarie di cui sono ricche le isole più orientali di Papua e del Borneo. Inoltre, storicamente, l’arcipelago non era mai stato unificato e, prima della conquista coloniale da parte degli olandesi, vi erano diversi regni e sultanati regionali e insulari.
L’inizio della storia dell’Indonesia indipendente dai Paesi Bassi ha coinciso con governi caratterizzati da presidenti forti, anche autocratici, rafforzati, in una prima fase dall’ideologia comunista e poi dal potere militare che, se da un lato, hanno “laicizzato” la società, dall’altro, sono stati un potente freno agli investimenti internazionali, con l’eccezione di quelli nei settori minerario che, però, generavano ingenti fenomeni corruttivi, tutti a favore delle élite amministrative e dei loro rapaci famigli.
Incredibilmente, la catastrofe dello tsunami della fine del 2004 è stata un momento di riqualificazione della politica nazionale, in quanto ha ottenuto il risultato positivo di convincere gli abitanti dell’isola di Sumatra (la più colpita) che la gestione condivisa delle ingenti risorse donate dalla comunità internazionale e il trasferimento dei fondi da parte del governo centrale di Giava valessero più delle richieste di indipendenza. Dall’altro lato, Giacarta ha concesso ai governi locali maggiori autonomie amministrative e ha iniziato una politica di trasparenza nell’allocazione delle risorse economiche, condizione essenziale, richiesta ed ottenuta, dai donatori mondiali.
Le isole dell’arcipelago sono spesso interessate da grandi fenomeni tellurici e, dall’inizio del 2018, si sono avute già due grandi eruzioni vulcaniche, quella del vulcano Sinabung (sull’isola di Sumatra) e quella del Monte Merapi (nella parte orientale di Giava). Il paese ha investito in un sistema di “allarme tsunami” che scatta non appena i sismografi registrano terremoti in mare e in tutte le scuole gli alunni seguono corsi di comportamento in caso di eruzioni vulcaniche o di terremoti, sul modello di quanto hanno messo a punto i giapponesi, che sono tra quelli che hanno un sistema d’allarme più sviluppato al mondo. Di fronte a questi incontrollabili fenomeni naturali, l’unica risposta che l’uomo può dare è la pianificazione dell’emergenza, intesa come edilizia antisismica, vie di fuga per la popolazione, luoghi di ricovero, reti di trasmissioni sostitutive, macchina dei soccorsi rapida ed efficiente. Il governo del Giappone ha molto collaborato con quello di Giacarta, sotto il profilo finanziario e tecnologico, per traferire il suo know how nella gestione dell’emergenze sismiche.
La maturazione politica, seguita allo tsunami del 2004, ha consentito l’elezione, nel 2014,di Joko Widodo, già Governatore di Giakarta e, precedentemente, uomo d’affari nuovo (proviene da una famiglia di produttori e commercianti di mobili) rispetto alla classe politica- amministrativa tradizionalmente al potere, ed è molto probabile che l’anno prossimo -2019 -concorrerà per un secondo mandato da Presidente.
Il suo programma di lotta alla corruzione, endemica sotto i suoi predecessori, di apertura agli investimenti internazionali, il lancio di un articolato piano di infrastrutture e il riordino fiscale ha dato finora buoni risultati e ha consentito al paese di rimanere una repubblica laica, nonostante alcuni sanguinosi attentati compiuti dai fondamentalisti islamici.
Proprio questi efferati attacchi sia a Giacarta che a Bali (colpendo in questa rinomata isola il ricco mercato del turismo internazionale) hanno spinto il governo ad avere la mano fermissima nei confronti di qualsiasi forma di estremismo religioso, lascando però nel contempo emergere l’United Development Party (PPP), un partito moderatamente islamico che raccoglie molti consensi nella parte molto popolosa di West Giava.
Widodo sta operando una politica di cooperazione con l’Indonesian Ulema Council, nominando alcuni esponenti nei comitati di governo a patto di rigettare qualsiasi deriva estremistica. Nonostante questo, uno studio commissionato dal governo indica che il 40% di coloro che frequentano dopo scuola islamici sono favorevoli all’idea che l’Indonesia diventi uno stato Islamico (adottando la sharia come base della legge) e il 60% si dice disponibile a viaggiare all’estero per combattere una jihad. A tal fine le autorità centrali hanno iniziato uno stretto controllo nei confronti delle scuole coraniche, soprattutto di quelle finanziate da paesi stranieri, quali l’Arabia Saudita, seguaci della corrente wahabita, forma di islam molto restrittiva e tradizionale.
La risposta del pragmatico Presidente è quella di spingere ancora di più sull’acceleratore dello sviluppo economico puntando sui progetti infrastrutturali nazionali, ne sono stati lanciati 222, che riguardano strade, ferrovie, ponti, porti e centrali elettriche. Widodo è spesso fotografato a beneficio della stampa con l’elmetto di sicurezza in testa mentre ispeziona cantieri al lavoro. Le idee di Keynes funzionano sia per la crescita economica che per la coesione nazionale e sociale.
Questi investimenti sono stati possibili anche grazie alla riduzione del prezzo del petrolio che ha consentito allo Stato di tagliare i costosi e infruttuosi sussidi al carburante – retaggio dei passarti governi populisti – e utilizzare i risparmi ottenuti nel bilancio statale per finanziare i programmi infrastrutturali, che sono e rendono Widodo estremamente popolare. Del resto viaggiare tra più di 17,000 isole senza una rete di trasporti efficiente è molto difficile sia per le persone che per le merci, creando ostacoli all’integrazione economica tra le diverse province del paese e con il resto del mondo.
I grandi vicini asiatici, Cina e India, stanno investendo nel paese, la prima anche tramite l’iniziativa One Road One Belt, attratta sia dalla risorse naturali che dal ricco mercato della classe media che, con una popolazione lavorativa di più di 120 milioni di individui, è ricettiva ad un’ampia gamma di beni di consumo di massa. Del resto, a sottolineare la vocazione alla cooperazione inter-regionale, ai fini dello sviluppo e della stabilità geopolitica, sin dalla sua fondazione nel 1967, Giacarta ospita l’Asean, l’organizzazione politica, economica e culturale di nazioni situate nel Sud-est asiatico che, con il meeting annuale di novembre, è l’occasione per l’ incontro multilaterale di tutti i leader dei paesi dell’area.
Anche le multinazionali indonesiane però stanno investendo all’estero, come dimostra l’acquisto, già nel 2013, da parte dell’imprenditore di Giakarta, Erick Thohir, di una quota nella squadra di football italiana Internazionale di Milano (Inter), trophy asset, che esalta lo spirito di successo economico di tutta una nazione. Successivamente una parte dell’investimento è stato venduto ad un gruppo cinese, Suning, a sottolineare le strette relazioni economiche tra i due giganti asiatici.
Un’accorta classe politica è stata di supporto alla crescita economica, cercando un punto di equilibrio tra investimenti infrastrutturali, lo sviluppo dei consumi interni, le esportazioni sia di materie prime che di prodotti finiti. Molto si è adoperata anche per stringere proficui accordi di collaborazione internazionali aderendo, nel 2016, anche all’Asian Infrastructure Investment Bank (AIIB).
Lo sviluppo economico, accompagnato dalla lotta alla corruzione, dalla mano ferma contro il terrorismo ma anche contro i trafficanti di droga, rende possibile la convivenza democratica di più di 265 milioni di persone, sparse su più di 13.000 a maggioranza musulmana, ma con presenze induiste (Bali è la più celebre), buddiste, cristiane e animiste (Papua e le regioni interne di Sulawesi e del Kalimantan). Nel tempo si sono sopite tutte le rivendicazioni di indipendenza e l’unica perdita territoriale, in un paese che- ripeto – all’inizio della sua storia nazionale non aveva forti elementi unificanti è stata, nel 1999, quella della piccola Timor Est, a seguito di un referendum approvato dall’Onu contro il governo centrale, coda di una guerra fredda che temeva l’istallazione di un esecutivo comunista nell’arcipelago indonesiano.
L’Indonesia è la sfida riuscita della democrazia in un paese musulmano, dove il collante della crescita economica è più forte delle spinte ideologiche disgreganti.

 

Stefania Tucci

 


 

Leggi l’articolo originale di Stefania Tucci
su Longitude n°83 – Giugno 2018