La situazione economica mondiale

Sono trascorsi 10 anni dalla crisi del 2008, spesso ricordata come quella causata dal fallimento della banca Lehman Brothers, che ne fu certamente una conseguenza, ma le cui radici vanno ricercate, tra le altre, nella politica americana di costruire il consenso sociale, attraverso la creazione di benessere economico usando la leva dell’espansione monetaria. La rivoluzione tecnologica guidata dalle aziende della Silicon Valley ha prodotto un’enorme crescita economica che non si è tradotta in una crescita dei salari come nelle precedenti rivoluzioni industriali, quando, sotto la spinta della richiesta di mano d’opera, le paghe crescevano in maniera proporzionale all’aumento della produttività, indotto dalle nuove invenzioni e dai nuovi processi applicati alla produzione.
L’era di internet e del web ha generato enormi ricchezze che non sono state redistribuite sotto forma di aumento dei redditi, e ha inoltre contribuito all’obsolescenza di alcuni settori industriali con conseguenti licenziamenti di lavoratori a basso e a medio skills.
L’amministrazione Clinton, per ricercare un consenso sociale, favorì una politica monetaria espansionista che consentisse da un lato l’aumento dei valori di borsa, in modo da far crescere il valore dei fondi pensionistici e dall’altro, grazie alla grande disponibilità di liquidità, anche degli assett immobiliari. Le banche, che potevano contare sui tassi di interesse molto bassi a cui la FED le finanziava, colsero la possibilità, ben vista da parte dell’amministrazione di Washington, di consentire a tutti di accedere al mutuo per la casa, anche a fronte di garanzie ipotecarie su beni di scarsa qualità e di fonti di rimborso incerte (sub – prime). Queste condizioni spinsero le famiglie americane ad indebitarsi per aumentare la propria capacità di spesa, illudendosi così di accrescere il proprio benessere potendo consumare di più. Fin quando è durato, tutti guadagnavano da questo meccanismo: costruttori, agenti immobiliari, istituti bancari e produttori di materiali per l’edilizia, poi nel 2006, circa un anno dopo il primo aumento dei tassi da parte della FED, il mercato si è raffreddato e i debitori cominciarono ad essere insolventi.
La grande massa di debiti che erano stati “impacchettatati” dalle banche concedenti gli stessi, tramite operazioni di cartolarizzazione, e finirono con costituire i cosiddetti “prodotti strutturati”, in realtà obbligazioni con sottostanti basket di asset poco liquidi e poco analizzabili, che diventarono nel giro di qualche trimestre “tossici” contagiando i bilanci di tutte le istituzioni finanziarie, banche, compagnie di assicurazione, fondi pensione, coinvolti nel vorticoso giro di creazione di ricchezza mediante scambio di carta, o meglio di bit.
Come già nel passato è tante volte accaduto, la bolla scoppiò e, anziché colpire la Compagnia dei Mari del Sud, come nell’Inghilterra all’inizio del 1700, travolse la banca d’affari Lehman Brothers, che fu giudicata “too big to save”. In realtà il principale problema della banca era quello di non sapere con precisione quale era l’ammontare totale delle operazioni aperte in derivati e quindi il suo top management non seppe rispondere alla domanda del Ministro del Tesoro americano e del suo staff su quale fosse la cifra necessaria a salvare l’istituto. Il panico che si scatenò sui mercati il 15 settembre 2008, a seguito della notizia del default di una grande e antica istituzione finanziaria, per giunta che aveva il rating AAA, congelò tutta l’attività dei prestiti interbancari e costrinse le banche centrali a divenire “prestatori di ultima istanza” per evitare una recessione che ricordava quella del 1930. Nel frattempo sono state varate in tutto il mondo nuove regole per tenere separata l’attività delle banche commerciali dalle banche di investimento, sono stati innalzati i requisiti patrimoniali e di controllo del rischio per tutti gli operatori finanziari e sono state introdotte in molti paesi norme stringenti a tutela dei risparmi. Saranno misure sufficienti ad evitare un’altra crisi finanziaria derivante dalla cattiva gestione finanziaria di qualche grande istituzione ma, come brevemente accennato, la crisi del 2008 non fu causata dagli errori di Richard Fuld, ma aveva radici nelle decisioni politiche degli anni precedenti.
In questi dieci anni, tra il 2008 e il 2018, l’America ha goduto del secondo più lungo periodo di espansione economica, insieme ad altre nazioni quali l’Australia, il Canada e l’Olanda (tutti e tre, appartenenti a cosiddetti paesi già sviluppati – hanno archiviato più di 20 anni di crescita ininterrotta), insieme ai giganti asiatici (Cina, India, Singapore, Taiwan, Corea del Sud, Filippine, Vietnam ed altri ancora), ad alcuni paesi dell’Africa (con economie prevalentemente legate alle materie prime, come Nigeria, Angola, Mozambico, Sud Africa) e ad altri del Medio Oriente (gli Emirati con le loro politiche di diversificazione economica rispetto allo sfruttamento delle fonti energetiche).
La situazione economica, però, nel terzo trimestre del 2018 presenta alcuni preoccupati elementi di criticità in parte derivanti dall’eccesso di liquidità con cui si è curata la crisi precedente e, per altra parte, derivanti da incertezze politiche e squilibri geo economici.
Il primo fattore di rischio è la guerra dei dazi che gli Stati Uniti hanno intrapreso con la Cina. A fronte di squilibri delle bilance commerciali dei due paesi l’amministrazione Trump ha deciso di applicare dazi all’importazione negli Stati Uniti di molti prodotti di produzione cinese. In risposta anche il governo di Beijing ha applicato sanzioni commerciali ai prodotti americani, contraendo fortemente il commercio tra le due economie.
Questa guerra, per il momento soltanto commerciale, nasconde una competizione molto più spinta sul predominio tecnologico, in cui gli Stati Uniti, paese leader mondiale dagli anni ‘40 del secolo scorso, si vedono erodere il loro primato dalla Cina, che ha investito molto nelle nuove invenzioni digitali (inclusa l’intelligenza artificiale e l’analisi dei big data) e ha oggi alcune aziende leaders mondiali che fanno concorrenza a pieno titolo alle omologhe americane.
Vi è inoltre una competizione geo politica con la Cina, la quale rivendica il suo ruolo di grande economia mondiale e, a fronte di una poca disponibilità delle istituzioni mondiali internazionali ad ammetterla nel club delle potenze leader (Word Bank e FMI, in primis), ha iniziato a costruirsi un ordine alternativo con la Banca Asiatica d’Investimento per le infrastrutture (AIIB), fondata a Pechino nell’ottobre 2014, e lanciando il progetto One Road One Belt, o Via della Seta, che costituisce una rete infrastrutturale di collegamento, terrestre e marittimo, tra l’Asia, alcuni paesi dell’Oceano Pacifico, l’Europa e l’Africa, con ingenti progetti di investimenti e supporto finanziario per gli Stati interessati. Entrambe le iniziative sottolineano la disponibilità del Governo Cinese ad una integrazione e collaborazione economica con una molteplicità di partner, favorendo il commercio internazionale, gli scambi di merci e rendendo vicina l’epoca di una convertibilità dello yuan, visto che con alcuni paesi è questa la valuta con cui avvengono gli scambi economici.
Un secondo fattore di rischio è la tensione tra gli Stati Uniti e la Russia, sia sull’uso della tecnologia per influenzare le elezioni in alcuni paesi (in primis negli stessi Usa, ma anche in Europa, secondo le accuse) sia sulla possibile violazione russa del trattato INF, sui missili a raggio intermedio.
Sin dall’annessione della Crimea da parte della Russia, le relazioni tra Mosca e l’Europa e gli Stati Uniti sono sempre più tese, riportando indietro l’orologio ai tempi della guerra fredda, con sanzioni economiche applicate dagli Stati Uniti e dall’Europa nei confronti di Mosca che hanno spinto il governo del Cremlino sempre più verso l’Asia e in particolar modo verso la Cina, acquirente affamato di risorse energetiche, partner commerciale e di sviluppo economico. L’estremo oriente russo, molto poco popolato, è sempre più cinesizzato, con popolose China towns al di là del confine e con la Transiberiana usata come linea di traporto di merci e persone nel cuore dell’Asia fino alle porte dell’Europa.
La Russia è inoltre un importante e vincente attore nella vicenda della guerra in Siria, dove ha mantenuto Bashar Assad alla Presidenza del Paese, contrastando e sconfiggendo le pretese dell’ISIS di creare il Califfato. Ha inoltre esercitato notevoli ingerenze anche in Iraq e in Libano, ed è stata capace di mantenere ottime relazioni con l’Iran sciita senza intaccare la storica alleanza con Israele, e, sia pure con qualche incidente, ha una costante collaborazione con la Turchia (Paese Nato), cementata dalla disponibilità a non permettere la nascita di un Kurdistan indipendente. Più importante di tutto è che la Russia ha le proprie navi nel Mediterraneo, utilizzando la base navale di Tartus.
La Russia è, inoltre, molto attiva nei Balcani, anche per contrastare le mire degli americani che avevano utilizzato il riconoscimento dell’indipendenza del Kosovo per avere una maggiore influenza nell’area. Putin invece, complice anche i legami solidi con la Chiesa Ortodossa di Mosca, ha riportato la presenza russa nelle terre slave, sull’altra sponda dell’Adriatico.
Terzo fattore di rischio è l’Europa, dove i venti sovranisti e populisti nel continente e il voto inglese a favore della Brexit hanno indebolito una politica comune dell’Unione sia in termini economici, che quale attore dell’ordine mondiale. La valuta comune, primo passo di una più ampia integrazione politica e tutti gli altri strumenti collegati alla moneta, non ha completato ancora il suo corso e la sfiducia che oggi vi è tra i diversi partner europei, aggravata dagli squilibri economici e dalle diverse politiche di bilancio, non fa prevedere nessun passo avanti a breve.
Quarto fattore di rischio è l’instabilità di alcuni paesi, periferici dal punto di vista economico, ma strategici dal punto di vista politico, quali la Turchia, l’Argentina, il Brasile, l’Arabia Saudita.
La Turchia ha intrapreso una deriva islamista, con il successo elettorale dell’AKP, che preoccupa anche per l’appartenenza del paese alla Nato, il suo coinvolgimento della guerra siriana con ambigue e non sempre chiare alleanze, i suoi accordi con l’Europa per frenare i flussi migratori, che fanno di Erdogan un “Sultano dispotico” con cui confrontarsi, cercando di non scontrarsi.
L’Argentina, dopo le elezioni alla Presidenza del liberale Mauricio Macrì, si sperava avviata verso una ripresa ed una apertura di mercato, dopo gli anni di economia predatoria dei Kirchner, è invece dovuta ricorrere alle cure del FMI, così come il Brasile che ha appena eletto un Presidente, Bolsonaro, che presenta molte incognite soprattutto su una possibile virata antidemocratica del popoloso stato sud americano.
L’Arabia Saudita, che sembrava aver iniziato con il giovane erede al trono una serie di riforme in chiave di modernizzazione e maggiore apertura del paese non solo più come principale esportatore di greggio (e pilastro dell’Opec), ha bloccato la quotazione di Saudi Aramco (circostanza che avrebbe portato trasparenza sulla gestione del principale proprietario di riserve di petrolio mondiali) e ha sconcertato tutti gli alleati storici, in primis gli Stati Uniti, per il brutale assassinio del giornalista Khashoggi ad opera di un commando saudita, direttamente collegato ad uomini molto vicini al Principe Mohamend Bin Sultan, nel consolato saudita ad Istanbul, con grave imbarazzo anche di Erdogan, che pure di brutalità ne ha commesse alcune.
La crisi in Europa, sia sociale che economica – almeno per gli stati della sponda meridionale – è aggravata, sia nei numeri che nella percezione – da ondate migratorie provenienti dai paesi martoriati dalle guerre del Medio Oriente e dell’Asia Centrale (Siria, Yemen, Iraq, Afghanistan), dagli stati falliti dell’Africa (Libia e Somalia), ma anche dalla semplice aspirazione di tanti migranti a ricercare migliori condizioni economiche e personali di vita. Questi flussi di persone, che nessun muro o politica restrittiva potrà mai fermare, come del resto la storia insegna, possono essere una grande risorsa se gestiti in modo economicamente vantaggioso, che consiste nell’attuare tutte le politiche di integrazione che partono dall’istruzione e dalla regolamentazione dei flussi, in base alle capacità di assorbimento delle economie con cui vanno ad integrarsi. Spesso l’immigrazione viene vista come una invasione e, come tale, fa scattare meccanismi di difesa e di rigetto. In realtà l’Europa è un continente la cui popolazione invecchia e che avrà sempre più bisogno di giovani, formati, da integrare nei suoi meccanismi produttivi.
Questi quattro principali fattori di incertezze politiche si sono subito tradotti in un raffreddamento della crescita economica della Cina (le previsioni per il 2018 sono del 6.5%, peggior dato dal 2009), di molti dei paesi in via di sviluppo (che sono gravati anche da un alto livello di indebitamento dovuto all’abbondanza di liquidità degli ultimi dieci anni e dei tassi di interesse molto bassi che hanno spinto gli investitori a ricercare rendimenti anche in economie meno solide), di alcune economie europee, tra le quali l’Italia, ma anche l’Inghilterra e la stessa Francia.
Inoltre le economie dei paesi avanzati hanno raggiunto una media di debito pubblico pari al 100% del GDP, con una crescita del 30% rispetto ai dati del 2007. Il debito nei paesi emergenti è passato da una media del 35% al 50%, nello stesso arco di tempo.
Questi dati rendono difficili ulteriori nuovi stimoli fiscali come politica di contrasto della crisi.
Inoltre rispetto a dieci anni fa, quando le economie dei Paesi G20 si coordinarono per prevenire ulteriori disastri, vi è molta meno fiducia e attitudine alla collaborazione tra i Governi, aggravati dalla presidenza di Trump che ha più volte dichiarato e agito fuori dai contesti multilaterali. Ne sono prove, tra le molte, la mancata sottoscrizione dell’accordo sul clima di Parigi e il non ricorso al WTO per le dispute commerciali con la Cina.
Un punto importante per capire come fronteggiare la crisi che potrebbe arrivare è di aver ben chiaro che mentre la prima nasceva da un eccesso di liquidità (con cui era stata inondata la finanza dell’occidente) a cui i Paesi del G20 risposero in maniera compatta nel proseguire sulla strada della globalizzazione, la crisi che potrebbe manifestarsi oggi è dovuta all’incapacità delle élite di governo di dare una risposta globale alle inquietudini, sociali ed economiche, locali.
Di fronte all’impoverimento delle classi medie degli Stati Uniti e dell’Europa, la politica ha intrapreso percorsi di de-globalizzazione, chiudendo i mercati e le frontiere nel tentativo di proteggere il “local” a dispetto del “global”. Da qui gli slogan “America first”, “Brexit”, “No Europa”, “Reshore la produzione”. E poiché queste promesse, con cui sono stati eletti i rappresentati dei partiti populisti, non potranno essere mantenute perché i bilanci degli stati, già pesantemente indebitati non lo consentono altre spese improduttive e, inoltre, non si può chiudere nel proprio territorio in un’epoca in cui le tecnologie digitali hanno di fatto cancellato le frontiere, la vera crisi sarà nella rappresentanza democratica, con il rischio di scambiare le elezioni con il fine e non con il mezzo attraverso il quale governare.
Nazionalismi e uomini forti al potere o in ascesa, rendono spuntati gli strumenti monetari, fiscali e diplomatici, ma il mondo continua ad essere così interconnesso che un battito di ali di farfalla in California può provocare un terremoto in Giappone, per cui i consessi internazionali, sia economici che politici restano le migliori arene in cui affrontare i problemi economici, politici e sociali e tentare di risolverli. Il caos, inteso soprattutto come incapacità di navigare in mari in tempesta, non fa vedere le secche e gli scogli, facendo naufragare le navi e loro equipaggi.
Ritornare alla cooperazione internazionale è la base per contrastare la prossima crisi. Questo dovrà avvenire nelle sedi appropriate e con la maggiore partecipazione possibile di tutti gli attori nella ricerca del minimo comune denominatore per raggiungere un accordo che consenta l’incremento degli scambi commerciali, valutari e di persone, intese sul clima, sulle armi nucleari e sul contrasto del terrorismo di matrice fondamentalista.

 


 

 

 

Pubblicato su Longitude: Novembre 2018

Leggi la versione dell’articolo in inglese:  The world economic situation